Da quando Pio IX ha liberato i morti dal giogo loculare, per abbattere la neonata Repubblica Romana, il terreno non è mai stato così finemente dissodato. I riti esoterici sono come le ricette della nonna e passan di mano in mano anche al di fuori dei legittimi eredi. Così è avvenuto per i segretissimi riti di zombizzazione in mano al Vaticano. Il generale Roselli, scoperta la magagna, ha cominciato anch'egli a sfornare morti . Forse il nuovo ricettacolo, grazie al Nizzardo Malpelo, è ora custodino nel monastero di Pietrarubbia.
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giovedì 29 gennaio 2015
lunedì 27 ottobre 2014
Lucius Etruscus - Anita Nera
Giona Sei-Colpi, dopo aver incuneato la Repubblica Romana con il suo esercito di morti viventi, dovrà difender nuovamente gli interessi dello Stato Pontificio non ancor posto in salda sicurezza. Egli assomiglia più al biblico Mosè che non all'omonimo profeta. Nonostante entrambi sputati su di una riva, il primo neonato e il secondo già adulto, solo Mosè condivide col pistolero al soldo Vaticano la capacità di guidare il suo gregge attraverso insidie immani. Ma il suo gregge non è composto da schiavi ormai liberi dal giogo faraonico. Il suo gregge è costituito da soldati il cui passato ha temprato il corpo e lo spirito.
Il Mar Rosso che questi anti-eroi dovranno attraversare sarà costituito da un fluttuare incessante di morti viventi su cui "surfa", come un William "Bill" Kilgore risorgimentale, la Garibaldi Anita risorta.
Le differenze belliche sono ormai spianate. L'inferno, come uno stratega strabico, dispensa soldati per nutrire una guerra fratricida.
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Risorgimento di Tenebra
sabato 6 settembre 2014
Non ti Pago!!!: Mano a Mano con Massimo Mazzoni e Stakanov, tra servizi segreti, BR, la mitica Londra degli anni '80 e il G8 di Genova
Affetti da shopping compulsivo? La vostra casa appare come i
beni culturali italici per colpa di librerie mantenute con transenne e
treppiedi privati da attrezzatura fotografica? I vostri gingilli
elettronici hanno uno spazio libero paragonabile alla vostra libertà di
movimento in presenza di consorte pulente? Bene, non possiamo aiutarvi
poiché viviamo il vostro stesso dramma claustrofobico. Possiamo comunque
segnalarvi alcuni ebook gratis in maniera tale da render ancor più
obesi i vostri gingilli! Come ho detto nella recensione di La notte dei risorti viventi,
rispettate il "ricambio" di Mauss. Sintetizziamo un attimo il suo
pensiero riveduto in funzione ebucchica: Lo scrittore dona mostrando ed
esaltando la sua potenza creativa; voi siete nell'obbligo di ricevere il
dono poiché, in caso contrario, vi sarebbe scomunica e disonore su di
voi e la vostra stirpe; il dono deve essere "ricambiato", restituire
alla pari o accrescere ciò che si è ricevuto acquistando quindi uno o
più ebook di #autoregeneroso...
Colpirne Uno: 1974. Stakanov, dopo essere stato "potenziato" e quindi arruolato nel KGB, viene inviato in Italia per infiltransi in un gruppo terroristico di estrema sinistra e vicino all'Urss, le Brigate Rosse. Il Super russo e il suo udito sensibilissimo percorreranno le vicende più inquietanti dell'Italia all'inizio degli anni di piombo. Gli eventi narrati sono quelli che catatterizzano il periodo di transizione delle Br. Eventi che portarono il movimento armato a cambiare strategia di lotta e, come un Titano molto ambiguo, a mirare al cuore dello stato abbandonando la lotta delle fabbriche.
Questa evoluzione, fatta di amicizia, amore (uno dei più travagliati nella storia del terrorismo insieme a quello tra la Mambro e Giusva), ossessioni, paranoie, tradimenti e soprattutto cieca violenza, è descritta magnificamente dal Mazzoni.
In questo racconto Stakanov appare come un eroe Giusto lontano da qualsiasi lobotomizzazione ideologica o nazionalista.
Soundtrack ideale: MC5 - Kick Out The Jams
Ritmo: Nella Londra dell'82, dove regna il malcontento popolare per la guerra delle Falkland e la politica reazionaria della Lady di Ferro, Stakanov sfrutta la sua iperforza per lavorare in un locale come buttafuori tuttofare. Ma il nostro Super, oltre che con la crisi, dovra fare i conti con altri nemici. I naziskin, forti dell'insicurezza della classe operaia, cercano di diffondere il loro odio frustrato contro i non-albionici mediante azioni dimostrative che il nostro eroe non può certo tollerare. Come nell'opera precedente, ma in realtà in tutte le sue opere, il Mazzoni ci fa rivivere magnificamente l'epoca narrata, un periodo cupo economicamente ma splendente musicalmente, del resto con un tal titolo e l'ambientazione nella Londra dell'OI non poteva essere diversamente. Gli scazzottamenti risultano numerosi, con strizzata d'occhio alle ammucchiate alla bud spencer e terence hill. Logicamente anche gli scontri super fanno la loro parte nel render quest'opera "scombussolante" come un pogo. "Ritmo" risulta più ironoco rispetto a "Colpirne uno" e ciò è naturalissimo data la differenza del contesto storico e del nostro coinvolgimento emotivo.
Soundtrack Ideale: The Exploited - Troops of Tomorrow
Questa evoluzione, fatta di amicizia, amore (uno dei più travagliati nella storia del terrorismo insieme a quello tra la Mambro e Giusva), ossessioni, paranoie, tradimenti e soprattutto cieca violenza, è descritta magnificamente dal Mazzoni.
In questo racconto Stakanov appare come un eroe Giusto lontano da qualsiasi lobotomizzazione ideologica o nazionalista.
Soundtrack ideale: MC5 - Kick Out The Jams
Ritmo: Nella Londra dell'82, dove regna il malcontento popolare per la guerra delle Falkland e la politica reazionaria della Lady di Ferro, Stakanov sfrutta la sua iperforza per lavorare in un locale come buttafuori tuttofare. Ma il nostro Super, oltre che con la crisi, dovra fare i conti con altri nemici. I naziskin, forti dell'insicurezza della classe operaia, cercano di diffondere il loro odio frustrato contro i non-albionici mediante azioni dimostrative che il nostro eroe non può certo tollerare. Come nell'opera precedente, ma in realtà in tutte le sue opere, il Mazzoni ci fa rivivere magnificamente l'epoca narrata, un periodo cupo economicamente ma splendente musicalmente, del resto con un tal titolo e l'ambientazione nella Londra dell'OI non poteva essere diversamente. Gli scazzottamenti risultano numerosi, con strizzata d'occhio alle ammucchiate alla bud spencer e terence hill. Logicamente anche gli scontri super fanno la loro parte nel render quest'opera "scombussolante" come un pogo. "Ritmo" risulta più ironoco rispetto a "Colpirne uno" e ciò è naturalissimo data la differenza del contesto storico e del nostro coinvolgimento emotivo.
Soundtrack Ideale: The Exploited - Troops of Tomorrow
Kuklya: Genova 2001. Stakanov si muove tra le strade fumose e schizzofreniche della Genova del G8. Dopo la Londra degli anni '80 il nostro eroe russo ritorna in Italia. Da "Colpirne uno" a "Kuklya" l'ambiguità della nostra storia non è mutata.
Il Super dovrà fare i conti con una città blindata, popolata da sbirri "corazzati", cecchini e antagonisti incazzati. L'ex-minatore si troverà a vestire i panni ora del segugio ora della preda, ma sarà comunque in dolce compagni...
Il Mazzoni crea un racconto in cui la pausa dall'adrenalina, dalla fuga e dalla violenza risulta inesistente.
Sountrack ideale: Converter - Blast Furnace
Mo ve tocca... Di seguito elenchiamo alcune opere di Massimo Mazzoni, se le storie di Stakanov vi hanno stuzzicato l'interesse per questo magnifico autore artigiano non dovete far altro che scegliere e acquistare. Noi ci siamo ingozzati. Buon shopping!!!
Queste sono le domande che Eric Newman, impiegato quietamente sposato con Lucia, si fa una normale mattina invernale, prima di andare al lavoro.
E perché quegli incubi, con tutti quei disperati che fuggivano, terrorizzati? E questa strana paura che gli rimane addosso, anche di giorno?
Nessuno si accorge di niente, tutti presi nelle loro incombenze quotidiane.
Eppure che sarà mai? È solo un cielo blu e senza nuvole... o forse no?
Tutto sarebbe quasi perfetto, se non fosse per quei maledetti errori di battitura, che gli rovinano la giornata. E chi è quell'uomo vestito di tweed, che sembra tormentarlo, comparendo e scomparendo nei posti più impensati? E come mai la spilla che indossa gli ricorda qualcosa, qualcosa del suo passato?
Qwerty, una novel sospesa tra il thriller e la fantascienza.
Mo ve tocca... Di seguito elenchiamo alcune opere di Massimo Mazzoni, se le storie di Stakanov vi hanno stuzzicato l'interesse per questo magnifico autore artigiano non dovete far altro che scegliere e acquistare. Noi ci siamo ingozzati. Buon shopping!!!
Sinossi I cieli sono blu
Nessuno si è accorto del cielo? Come mai è così... strano?Queste sono le domande che Eric Newman, impiegato quietamente sposato con Lucia, si fa una normale mattina invernale, prima di andare al lavoro.
E perché quegli incubi, con tutti quei disperati che fuggivano, terrorizzati? E questa strana paura che gli rimane addosso, anche di giorno?
Nessuno si accorge di niente, tutti presi nelle loro incombenze quotidiane.
Eppure che sarà mai? È solo un cielo blu e senza nuvole... o forse no?
Sinossi QWERTY
Adriano è riuscito a ottenere il primo impiego importante: praticante in un giornale locale. Il lavoro è abbastanza noioso, la paga inesistente. Per fortuna c'è Ilenia, una ragazza dai capelli rossi che lo tratta da essere umano e non come tappezzeria.Tutto sarebbe quasi perfetto, se non fosse per quei maledetti errori di battitura, che gli rovinano la giornata. E chi è quell'uomo vestito di tweed, che sembra tormentarlo, comparendo e scomparendo nei posti più impensati? E come mai la spilla che indossa gli ricorda qualcosa, qualcosa del suo passato?
Qwerty, una novel sospesa tra il thriller e la fantascienza.
Sinossi COSE MORTE: Wonderwall of Dead Things
Nel 2016, il Lee-Chang, un morbo di tipo prionico, simile alla
malattia della “mucca pazza”, ha causato la distruzione della civiltà
umana e l'annientamento quasi totale del genere homo sapiens sapiens.
In questo mondo postapocalittico i pochi sopravvissuti lottano per sopravvivere dagli attacchi dei Gialli, gli infettati dal morbo.
David è uno di questi, da mesi non ha contatti con nessuno, sano o infetto che sia, la radio non trasmette più niente da tempo.
Vive recluso in un vecchio palazzo, trascorrendo le sue giornate nella ricerca di provviste o di qualcosa di utile, con l'unica compagnia di Linus, un gatto grigio e solitario.
Poi un giorno nota una strana scritta su un muro: "Chi sei?"
Che non sia più solo?
Nei giorni seguenti David scoprirà la verità dietro a quelle due parole.
Contiene anche la blog novel COSE MORTE, che ha partecipato al progetto di scrittura condivisa SURVIVAL BLOG, ideato da Alessandro Girola.
In questo mondo postapocalittico i pochi sopravvissuti lottano per sopravvivere dagli attacchi dei Gialli, gli infettati dal morbo.
David è uno di questi, da mesi non ha contatti con nessuno, sano o infetto che sia, la radio non trasmette più niente da tempo.
Vive recluso in un vecchio palazzo, trascorrendo le sue giornate nella ricerca di provviste o di qualcosa di utile, con l'unica compagnia di Linus, un gatto grigio e solitario.
Poi un giorno nota una strana scritta su un muro: "Chi sei?"
Che non sia più solo?
Nei giorni seguenti David scoprirà la verità dietro a quelle due parole.
Contiene anche la blog novel COSE MORTE, che ha partecipato al progetto di scrittura condivisa SURVIVAL BLOG, ideato da Alessandro Girola.
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venerdì 29 agosto 2014
Non parlare agli estranei - Racconto completo di Mirko Giacchetti
Ma il nostro poliedrico autore ha messo le mani anche sul polpo lovecraftiano, antagonista del fantasioso movie, attraverso il racconto "L'insostenibile leggerezza del caos", vincitore del concorso Ritorno a Dunwich. Il protagonista de "L'insostenibile leggerezza del caos" sembra quasi il figlio del Diavolo di Scommessa a Memphis, anch'egli si muove come una star. Pare quasi non camminare, levita al di là del suolo impolverato che si ritira indegno. Falcia l'aria con la sua carica e freddezza. Si muove come lo Stansfield di Leon e il Troy di Face. Capace di parlare di Cthulhu come di un parente minorato. Un Rain Man tentacolare da tenere buono per qualcosa di più di una vincita al Blackjack!
Felice di codesta filmica scoperta il nostro amato autore, dopo il racconto "Occasione", ci ha donato una nuova short story. Il racconto è dedicato a tutti i pendolari che trascorrono ore infinite nei nostri splendidi treni italici... Che questo racconto possa allietare e rendere spensierati tali momenti. Buona Lettura!
di Mirko
Giacchetti
La
situazione è molto semplice. Questa mattina mi sono vestito, sono
uscito e ho acquistato un biglietto Torino-Venezia. Alla stazione ho
preso l’interregionale e con me ho portato una Beretta, otto colpi
e un po’ di rabbia da sfogare. L’intenzione è di uccidere il
primo che mi rivolgerà la parola sul treno.
La gente spara dai balconi, nelle scuole, nelle piazze. Ormai si può premere il grilletto un po’ ovunque, quindi perché non dovrei farlo sul treno?
Non vivo in un film, vivo nella realtà. Questa è la parte meno interessante della mia vita.
Il mio analista sostiene che potrei avere una forte depressione, insiste sull’importanza di darmi degli scopi, di “non lasciarmi vivere”. Dice che dovrei tenere un diario in cui annoto i fatti importanti della mia giornata, per riflettere sull’importanza del mio operato e prendere coscienza della… E poi non ricordo il resto. Queste sono alcune delle frasi che spesso ripete, ne dice parecchie, forse troppe.
Io non sono pazzo, lui è il dottore e tu sei il lettore. Un passo indietro, procediamo con ordine.
La stazione è un concentrato di cemento, sporcizia e fretta. Sono riuscito a resistere alla tentazione di immergermi nella bidimensionalità della pubblicità, salendo sul treno. È pieno di pendolari. Mi domando chi sarà il fortunato che entrerà a far parte di questa personale presa di coscienza sull’importanza del mio operato. La donna in carriera che si protegge dietro la sua inutile borsetta, lo studente assonnato, il tizio in giacca e cravatta che guarda tutti dall’alto in basso, il rasta che rolla sigarette, l’extracomunitario che si fa i fatti suoi, l’immancabile pensionato che si lamenta sempre, oppure il controllore che mi chiederà il biglietto? Chi sarà?
Prima di entrare nel vagone, un tizio mi pesta il piede. La mia mano corre a stringere la Beretta. Ci fissiamo negli occhi. Accenno a un sorriso. Sono pronto allo scatto. Sta per chiedermi scusa, ma la sua arroganza prevale. Da bravo maschio Alfa non vuole cedere il posto da capo branco e si volta dall’altra parte. La maleducazione gli ha salvato la vita.
Trovo un posto sul lato destro della carrozza, senso di marcia, lato corridoio. La pistola è nella fondina ascellare. Uno spesso giubbotto di pelle ne nasconde ogni traccia. Davanti a me siede una vecchia che divora un giornaletto tutto foto e pettegolezzi, alla sua sinistra un ometto grasso legge un quotidiano. Sulla mia destra c’è una ragazza, iPod a tutto volume. Ascolta una tremenda musica di merda. Dovrei spararle, anche se non mi rivolge la parola. Le risparmierei un’adolescenza infelice, spesa ad ascoltare milionari che a quarant’anni ancora non hanno trovato l’Amore. Se sono così sfigati, perché non se lo comprano l’Amore? Poverini, loro soffrono, e con tutti quei lamenti ingrossano il conto corrente. Ammorbano l’etere. No, devo smetterla. Sono qui per fare altro. La musica altrui, anche se pessima, non deve distrarmi.
Mi concentro sulla vecchia. Cerco di trasmetterle mentalmente il messaggio, parlami!
La fisso e ripeto il mio mantra: parlami, parlami, parlami, parlami…Niente, continua a leggere. Allora insisto, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia…
Funziona. Alza lo sguardo. Mi vede. Sorride imbarazzata, stringe la borsa e la copre con il giornale. Torna a leggere. Crede che voglia rubarle la borsa? No, signora io vorrei ucciderla, non si preoccupi della borsa.
Il treno parte. La vecchia non alza più la testa. All’improvviso l’altoparlante inizia a gracchiare. Dovrei sparargli? No, devo uccidere, non compiere un atto di vandalismo. Devo mantenere fede ai miei propositi.
Alle spalle della vecchia sento gridare. Una bambina si lamenta. II caldo, la pancia. Non capisco e nemmeno mi interessa.
Il rollio del treno mi culla un po’. Provo a entrare in contatto con un grassone. Non si stacca dal giornale. Cerco di urtarlo con il ginocchio. Mancato. Ritento, ci riesco. Senza battere ciglio, lo sposta. Esegue una manovra perfetta, senza smettere di leggere. Vorrei prendere l’accendino e bruciargli il giornale. Me lo vedo a gettare il giornale in fiamme, mentre abbaia verde per la bile, bianco per la tensione e rosso come un peperone. Un iracondo patriottico. Solo che non sarà lo stress a ucciderlo, ma un avvelenamento da piombo. Niente piromania però, devo giocare secondo le regole. Devo trovare qualcuno che proprio non riesce a stare zitto. Il grassone è troppo preso dalle sue notizie, lascio perdere.
Provo a fissare la ragazzina, vediamo se reagisce. Le avranno insegnato a essere arrogante, a non farsi mettere sotto, che deve essere forte sempre e comunque. La fisso. Se ne accorge. Mi guarda con la coda dell’occhio. Si volta verso il finestrino e osserva il grigio scorrere della periferia. Non ci siamo. ’Sti ragazzetti non li hanno cresciuti a pane, Rambo e Commando? Non si sente come la tipa in Resident Evil? Dovrebbe sognare di menare le mani, massacrare chiunque le dia fastidio. Forse, questa guarda noiose commediole, pipponi sentimentali e fintireality. Magari pensa di nominarmi, così mi potrà mandare nel tugurio.
Niente, ho dei compagni molto discreti. Allargo i miei orizzonti, per avere più scelta.
Posto vicino alla porta, singolo. Trentenne vestito casual, netbook sulle gambe. Scrive, scrive, scrive e fissa il monitor. Facebookaro cronico. Non riconosce un suo amico se non riesce a taggarlo. Lo guardo, ha un’espressione triste. Penso. Chissà se nell’aldilà c’è Facebook? Tutti i dannati hanno un pc, milioni di amici e un particolare: nessuna connessione. Bestemmiano tutti i santi e possono telefonare al servizio clienti del gestore telefonico, che, come si sa, non risolve un bel niente ma segnala a qualcun altro il guasto che già conosci! Rido di gusto. Fisso il pollo e vedo che scoppia a piangere. Cerco di guardare il monitor, ma non vedo nulla. Apre una pagina, accede alla posta e inizia a scrivere una @ che inizia con le parole «mi ha lasciato». Ma dai! Si lasciano tramite internet! Dov’è che sono finite le interminabili chiacchierate piene di dolore, rabbia e compassione? Giovani. Non li capisco più.
Davanti a lui due donne senza età. Una volta erano mamme (quasi nonne), oggi, invece, le chiamano ragazze. Una parla al cellulare, non ha pudore, spiega cosa ha fatto con uno, con l’altro, cosa ha detto, cosa è successo al lavoro, a casa, con le amiche.
Come lo sfigato che ha di fronte, cerca di condividere la sua vita con tutti. Due generazioni, due tecnologie, lo stesso risultato: parlano, parlano e non comunicano niente.
Stazione. Il treno inizia a rallentare. Ok, metto una mano sulla pistola, forse è la volta buona. Allungo le gambe per occupare più spazio possibile. I tre con cui condivido lo spazio dovranno parlarmi, magari anche solo per chiedermi permesso.
Alle spalle della vecchia sento urlare la mamma. Minaccia la bambina di privarla di qualche giocattolo, poi ruggisce che deve stare ferma, zitta, composta.
La vecchia scivola di lato, stringe la borsetta e scompare. La ragazza mi scavalca e si affretta dietro alla vecchia. Il grassone legge il giornale.
«Signore!»
Qualcuno mi sta parlando, sto per estrarre la pistola, mi volto.
Cazzo, è la bambina urlante. Mi sta tirando una manica del giubbotto.
Non posso spararle. Una bambina non è responsabile, per logica dovrei aspettare che arrivi la madre e sparare a lei. La madre è maggiorenne, responsabile per l’operato della figlia. I peccati dei figli devono pagarli i padri. E poi? Un’orfanella?
«Vado a trovare papà e lei dove va?»
Appunto, non devo aspettare la mamma. Dovrei scendere e sparare a tutta la famiglia.
Mi fissa e sorride. Stringo la pistola. Non posso venire meno ai miei propositi. Se lo facessi, allora cosa dovrei scrivere nel mio diario? Caro Diario, non ho sparato a una bambina perché… Già perché cazzo non sparo alla bambina?
Vivo in un film, non vivo nella realtà. Questa è la parte più interessante della mia vita.
Slaccio il bottone della fondina. Il braccio sembra ghiacciato.
Le sparo in fronte, o al cuore?
Arriva la madre, la strattona, la bambina lascia la presa.
La donna mi guarda e dice: «la perdoni, è piccola e iperattiva».
Fisso la madre, rispondo: «l’ho già perdonata».
Ok, non le ho sparato e ho fatto bene, ma ora devo sistemare la madre. Lascio la pistola, le punto l’indice contro e dico: «non può trattare un po’ meglio sua figlia?»
Sbarra gli occhi, poi accenna a una risposta.
«Io le voglio bene, non le faccio mancare nulla… Ma lei chi è per dire questo?»
Rispondo colpo su colpo.
«Pensa di dimostrare l’amore con minacce, ordini e costrizioni? Non le fa mancare nulla di materiale? Ottimo, ma l’affetto dov’è?»
Mi guarda come se dovesse fulminarmi.
«Vaffanculo coglione»
Ok, ora le sparo. No, sarà un problema giustificarmi con il diario, ma non posso portare via la madre alla bambina. Per quanto incapace sia quella femmina, quel cucciolo ha solo quella bestia come madre.
Il treno riparte. Ricomincia il viaggio. Sangue freddo. Sono qui per sparare a qualcuno, non per fare il pedagogo.
Il grassone continua a leggere il suo giornale. La smetto di tormentarmi sull’utilità e il danno di sparare a una bambina. Mi distraggo con l’arrivo dei nuovi passeggeri.
Davanti a me si siede una ragazza. Potrei dire che è bella. Mi guarda e dice: «tu cosa ne pensi?»
Mi tocca spararle, faccio per stringere il calcio della pistola, ma prosegue.
«Già, anch’io la penso come te. Eh no…»
Poi si interrompe. Noto all’orecchio destro una luce lampeggiante. Auricolare bluetooth. Credevo mi stesse parlando. Sarebbe stato un peccato doverla uccidere. Troppo bella. Potrei anche innamorarmene, se non fosse oggi e se parlasse con me.
Forse ci siamo. Dalla porta a fianco a me è entrato il controllore. È rivolto al Facebookaro e dice biglietti. Il pollo lo cerca, trattenendo le lacrime. Siccome ci impiega un po’ di tempo, le due ragazze esibiscono l’abbonamento.
Si gira verso di me e allunga la mano. Problema, mi fingo sordo, così lo obbligo a parlare?
Mentre penso, si rivolta, dà un’occhiata al pollo. Ha gli occhi rossi, ma esibisce il suo biglietto.
Il grassone non si è scollato dal giornale. Estrae il tagliando dalla tasca interna. Il controllore lo osserva. Clack, e anche lui è in regola. La ragazza auricolare ha una tessera. Con un cenno della testa è a posto anche lei. È il mio turno. Quello mi fissa e non parla.
Metto una mano sotto la giacca. Accarezzo la pistola, un rito magico. Prendo il biglietto. Lo porgo al controllore. Lo osserva, mi guarda e cambia espressione.
Questa volta sono pronto. Slaccio il bottone. Afferro la pistola e aspetto. Il controllore guarda il mio braccio. Tossisce.
Vidima. Mi porge il biglietto e passa oltre.
Il servizio sulle ferrovie è diventato minimal. Per sette posti il controllore dice solo una volta biglietto. Tecnicamente lo ha detto anche a me, ma si è rivolto a tutti. Ognuno ha obbedito. Non sono preparato. Avrei dovuto pensare a tutte queste situazioni.
Ma è così difficile parlare? La gente chiacchiera in attesa, sull’ascensore, dal dottore, in fila. Perché invece, oggi, sul treno, nessuno parla con me? Ho un aspetto poco raccomandabile? Ho sbagliato dopobarba?
Osservo il mio riflesso sul finestrino. All’apparenza sono una persona normale. Ben rasato, pulito, pettinato, sembro uno qualsiasi.
Qualcuno mi tocca la spalla. Mi volto. Un ragazzo sui venticinque anni che indossa blue jeans, felpa rossa e un cappellino da baseball bianco. Mi porge un biglietto: Sono muto, se vuoi aiutarmi, compra un portachiavi. Grazie dell’aiuto.
Vedo che allunga la mano, ci sono un paio di portachiavi orribili.
Non mi ha parlato, ma ha rivolto a me la sua comunicazione. È fatta. Posso portare a termine il mio proposito. Strana la sorte, devo sparare a un muto.
Mi alzo. Estraggo la pistola e gliela punto a un centimetro dal naso. La ragazza-auricolare è la prima che inizia a urlare, il Facebookaro chiude il netbook e lo usa come scudo. Una delle due ragazze, quella che non ha mai smesso di parlare al cellulare, inizia a raccontare quello che vede. Una cazzo di cronista d’assalto, una corrispondente dalla follia. Tutto il vagone urla. Il grassone? Non legge più il giornale.
Il dottore ha ragione, io sono pazzo e tu sei il lettore.
«Ma che cazzo fai?» Urla il muto.
Fermo immagine. Un muto non può parlare. Quello che ho davanti non è un vero muto.
«Tu parli?» dico.
«Sì» risponde, mentre si piscia addosso.
«No, non va bene. Tu menti. Il tuo comportamento non è etico!»
Premo il grilletto.
Sono certo che il falso muto vorrebbe scusarsi, ma, ormai, è troppo morto per giustificarsi.
Il treno entra nella galleria: tutto è buio.
La gente spara dai balconi, nelle scuole, nelle piazze. Ormai si può premere il grilletto un po’ ovunque, quindi perché non dovrei farlo sul treno?
Non vivo in un film, vivo nella realtà. Questa è la parte meno interessante della mia vita.
Il mio analista sostiene che potrei avere una forte depressione, insiste sull’importanza di darmi degli scopi, di “non lasciarmi vivere”. Dice che dovrei tenere un diario in cui annoto i fatti importanti della mia giornata, per riflettere sull’importanza del mio operato e prendere coscienza della… E poi non ricordo il resto. Queste sono alcune delle frasi che spesso ripete, ne dice parecchie, forse troppe.
Io non sono pazzo, lui è il dottore e tu sei il lettore. Un passo indietro, procediamo con ordine.
La stazione è un concentrato di cemento, sporcizia e fretta. Sono riuscito a resistere alla tentazione di immergermi nella bidimensionalità della pubblicità, salendo sul treno. È pieno di pendolari. Mi domando chi sarà il fortunato che entrerà a far parte di questa personale presa di coscienza sull’importanza del mio operato. La donna in carriera che si protegge dietro la sua inutile borsetta, lo studente assonnato, il tizio in giacca e cravatta che guarda tutti dall’alto in basso, il rasta che rolla sigarette, l’extracomunitario che si fa i fatti suoi, l’immancabile pensionato che si lamenta sempre, oppure il controllore che mi chiederà il biglietto? Chi sarà?
Prima di entrare nel vagone, un tizio mi pesta il piede. La mia mano corre a stringere la Beretta. Ci fissiamo negli occhi. Accenno a un sorriso. Sono pronto allo scatto. Sta per chiedermi scusa, ma la sua arroganza prevale. Da bravo maschio Alfa non vuole cedere il posto da capo branco e si volta dall’altra parte. La maleducazione gli ha salvato la vita.
Trovo un posto sul lato destro della carrozza, senso di marcia, lato corridoio. La pistola è nella fondina ascellare. Uno spesso giubbotto di pelle ne nasconde ogni traccia. Davanti a me siede una vecchia che divora un giornaletto tutto foto e pettegolezzi, alla sua sinistra un ometto grasso legge un quotidiano. Sulla mia destra c’è una ragazza, iPod a tutto volume. Ascolta una tremenda musica di merda. Dovrei spararle, anche se non mi rivolge la parola. Le risparmierei un’adolescenza infelice, spesa ad ascoltare milionari che a quarant’anni ancora non hanno trovato l’Amore. Se sono così sfigati, perché non se lo comprano l’Amore? Poverini, loro soffrono, e con tutti quei lamenti ingrossano il conto corrente. Ammorbano l’etere. No, devo smetterla. Sono qui per fare altro. La musica altrui, anche se pessima, non deve distrarmi.
Mi concentro sulla vecchia. Cerco di trasmetterle mentalmente il messaggio, parlami!
La fisso e ripeto il mio mantra: parlami, parlami, parlami, parlami…Niente, continua a leggere. Allora insisto, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia, parlami vecchia troia…
Funziona. Alza lo sguardo. Mi vede. Sorride imbarazzata, stringe la borsa e la copre con il giornale. Torna a leggere. Crede che voglia rubarle la borsa? No, signora io vorrei ucciderla, non si preoccupi della borsa.
Il treno parte. La vecchia non alza più la testa. All’improvviso l’altoparlante inizia a gracchiare. Dovrei sparargli? No, devo uccidere, non compiere un atto di vandalismo. Devo mantenere fede ai miei propositi.
Alle spalle della vecchia sento gridare. Una bambina si lamenta. II caldo, la pancia. Non capisco e nemmeno mi interessa.
Il rollio del treno mi culla un po’. Provo a entrare in contatto con un grassone. Non si stacca dal giornale. Cerco di urtarlo con il ginocchio. Mancato. Ritento, ci riesco. Senza battere ciglio, lo sposta. Esegue una manovra perfetta, senza smettere di leggere. Vorrei prendere l’accendino e bruciargli il giornale. Me lo vedo a gettare il giornale in fiamme, mentre abbaia verde per la bile, bianco per la tensione e rosso come un peperone. Un iracondo patriottico. Solo che non sarà lo stress a ucciderlo, ma un avvelenamento da piombo. Niente piromania però, devo giocare secondo le regole. Devo trovare qualcuno che proprio non riesce a stare zitto. Il grassone è troppo preso dalle sue notizie, lascio perdere.
Provo a fissare la ragazzina, vediamo se reagisce. Le avranno insegnato a essere arrogante, a non farsi mettere sotto, che deve essere forte sempre e comunque. La fisso. Se ne accorge. Mi guarda con la coda dell’occhio. Si volta verso il finestrino e osserva il grigio scorrere della periferia. Non ci siamo. ’Sti ragazzetti non li hanno cresciuti a pane, Rambo e Commando? Non si sente come la tipa in Resident Evil? Dovrebbe sognare di menare le mani, massacrare chiunque le dia fastidio. Forse, questa guarda noiose commediole, pipponi sentimentali e fintireality. Magari pensa di nominarmi, così mi potrà mandare nel tugurio.
Niente, ho dei compagni molto discreti. Allargo i miei orizzonti, per avere più scelta.
Posto vicino alla porta, singolo. Trentenne vestito casual, netbook sulle gambe. Scrive, scrive, scrive e fissa il monitor. Facebookaro cronico. Non riconosce un suo amico se non riesce a taggarlo. Lo guardo, ha un’espressione triste. Penso. Chissà se nell’aldilà c’è Facebook? Tutti i dannati hanno un pc, milioni di amici e un particolare: nessuna connessione. Bestemmiano tutti i santi e possono telefonare al servizio clienti del gestore telefonico, che, come si sa, non risolve un bel niente ma segnala a qualcun altro il guasto che già conosci! Rido di gusto. Fisso il pollo e vedo che scoppia a piangere. Cerco di guardare il monitor, ma non vedo nulla. Apre una pagina, accede alla posta e inizia a scrivere una @ che inizia con le parole «mi ha lasciato». Ma dai! Si lasciano tramite internet! Dov’è che sono finite le interminabili chiacchierate piene di dolore, rabbia e compassione? Giovani. Non li capisco più.
Davanti a lui due donne senza età. Una volta erano mamme (quasi nonne), oggi, invece, le chiamano ragazze. Una parla al cellulare, non ha pudore, spiega cosa ha fatto con uno, con l’altro, cosa ha detto, cosa è successo al lavoro, a casa, con le amiche.
Come lo sfigato che ha di fronte, cerca di condividere la sua vita con tutti. Due generazioni, due tecnologie, lo stesso risultato: parlano, parlano e non comunicano niente.
Stazione. Il treno inizia a rallentare. Ok, metto una mano sulla pistola, forse è la volta buona. Allungo le gambe per occupare più spazio possibile. I tre con cui condivido lo spazio dovranno parlarmi, magari anche solo per chiedermi permesso.
Alle spalle della vecchia sento urlare la mamma. Minaccia la bambina di privarla di qualche giocattolo, poi ruggisce che deve stare ferma, zitta, composta.
La vecchia scivola di lato, stringe la borsetta e scompare. La ragazza mi scavalca e si affretta dietro alla vecchia. Il grassone legge il giornale.
«Signore!»
Qualcuno mi sta parlando, sto per estrarre la pistola, mi volto.
Cazzo, è la bambina urlante. Mi sta tirando una manica del giubbotto.
Non posso spararle. Una bambina non è responsabile, per logica dovrei aspettare che arrivi la madre e sparare a lei. La madre è maggiorenne, responsabile per l’operato della figlia. I peccati dei figli devono pagarli i padri. E poi? Un’orfanella?
«Vado a trovare papà e lei dove va?»
Appunto, non devo aspettare la mamma. Dovrei scendere e sparare a tutta la famiglia.
Mi fissa e sorride. Stringo la pistola. Non posso venire meno ai miei propositi. Se lo facessi, allora cosa dovrei scrivere nel mio diario? Caro Diario, non ho sparato a una bambina perché… Già perché cazzo non sparo alla bambina?
Vivo in un film, non vivo nella realtà. Questa è la parte più interessante della mia vita.
Slaccio il bottone della fondina. Il braccio sembra ghiacciato.
Le sparo in fronte, o al cuore?
Arriva la madre, la strattona, la bambina lascia la presa.
La donna mi guarda e dice: «la perdoni, è piccola e iperattiva».
Fisso la madre, rispondo: «l’ho già perdonata».
Ok, non le ho sparato e ho fatto bene, ma ora devo sistemare la madre. Lascio la pistola, le punto l’indice contro e dico: «non può trattare un po’ meglio sua figlia?»
Sbarra gli occhi, poi accenna a una risposta.
«Io le voglio bene, non le faccio mancare nulla… Ma lei chi è per dire questo?»
Rispondo colpo su colpo.
«Pensa di dimostrare l’amore con minacce, ordini e costrizioni? Non le fa mancare nulla di materiale? Ottimo, ma l’affetto dov’è?»
Mi guarda come se dovesse fulminarmi.
«Vaffanculo coglione»
Ok, ora le sparo. No, sarà un problema giustificarmi con il diario, ma non posso portare via la madre alla bambina. Per quanto incapace sia quella femmina, quel cucciolo ha solo quella bestia come madre.
Il treno riparte. Ricomincia il viaggio. Sangue freddo. Sono qui per sparare a qualcuno, non per fare il pedagogo.
Il grassone continua a leggere il suo giornale. La smetto di tormentarmi sull’utilità e il danno di sparare a una bambina. Mi distraggo con l’arrivo dei nuovi passeggeri.
Davanti a me si siede una ragazza. Potrei dire che è bella. Mi guarda e dice: «tu cosa ne pensi?»
Mi tocca spararle, faccio per stringere il calcio della pistola, ma prosegue.
«Già, anch’io la penso come te. Eh no…»
Poi si interrompe. Noto all’orecchio destro una luce lampeggiante. Auricolare bluetooth. Credevo mi stesse parlando. Sarebbe stato un peccato doverla uccidere. Troppo bella. Potrei anche innamorarmene, se non fosse oggi e se parlasse con me.
Forse ci siamo. Dalla porta a fianco a me è entrato il controllore. È rivolto al Facebookaro e dice biglietti. Il pollo lo cerca, trattenendo le lacrime. Siccome ci impiega un po’ di tempo, le due ragazze esibiscono l’abbonamento.
Si gira verso di me e allunga la mano. Problema, mi fingo sordo, così lo obbligo a parlare?
Mentre penso, si rivolta, dà un’occhiata al pollo. Ha gli occhi rossi, ma esibisce il suo biglietto.
Il grassone non si è scollato dal giornale. Estrae il tagliando dalla tasca interna. Il controllore lo osserva. Clack, e anche lui è in regola. La ragazza auricolare ha una tessera. Con un cenno della testa è a posto anche lei. È il mio turno. Quello mi fissa e non parla.
Metto una mano sotto la giacca. Accarezzo la pistola, un rito magico. Prendo il biglietto. Lo porgo al controllore. Lo osserva, mi guarda e cambia espressione.
Questa volta sono pronto. Slaccio il bottone. Afferro la pistola e aspetto. Il controllore guarda il mio braccio. Tossisce.
Vidima. Mi porge il biglietto e passa oltre.
Il servizio sulle ferrovie è diventato minimal. Per sette posti il controllore dice solo una volta biglietto. Tecnicamente lo ha detto anche a me, ma si è rivolto a tutti. Ognuno ha obbedito. Non sono preparato. Avrei dovuto pensare a tutte queste situazioni.
Ma è così difficile parlare? La gente chiacchiera in attesa, sull’ascensore, dal dottore, in fila. Perché invece, oggi, sul treno, nessuno parla con me? Ho un aspetto poco raccomandabile? Ho sbagliato dopobarba?
Osservo il mio riflesso sul finestrino. All’apparenza sono una persona normale. Ben rasato, pulito, pettinato, sembro uno qualsiasi.
Qualcuno mi tocca la spalla. Mi volto. Un ragazzo sui venticinque anni che indossa blue jeans, felpa rossa e un cappellino da baseball bianco. Mi porge un biglietto: Sono muto, se vuoi aiutarmi, compra un portachiavi. Grazie dell’aiuto.
Vedo che allunga la mano, ci sono un paio di portachiavi orribili.
Non mi ha parlato, ma ha rivolto a me la sua comunicazione. È fatta. Posso portare a termine il mio proposito. Strana la sorte, devo sparare a un muto.
Mi alzo. Estraggo la pistola e gliela punto a un centimetro dal naso. La ragazza-auricolare è la prima che inizia a urlare, il Facebookaro chiude il netbook e lo usa come scudo. Una delle due ragazze, quella che non ha mai smesso di parlare al cellulare, inizia a raccontare quello che vede. Una cazzo di cronista d’assalto, una corrispondente dalla follia. Tutto il vagone urla. Il grassone? Non legge più il giornale.
Il dottore ha ragione, io sono pazzo e tu sei il lettore.
«Ma che cazzo fai?» Urla il muto.
Fermo immagine. Un muto non può parlare. Quello che ho davanti non è un vero muto.
«Tu parli?» dico.
«Sì» risponde, mentre si piscia addosso.
«No, non va bene. Tu menti. Il tuo comportamento non è etico!»
Premo il grilletto.
Sono certo che il falso muto vorrebbe scusarsi, ma, ormai, è troppo morto per giustificarsi.
Il treno entra nella galleria: tutto è buio.
sabato 9 agosto 2014
Germano M. - Lollipop Double Mixed Flavour (The Lollipops Vol. 1)
“Non è sicura di chi o cosa sia, ma…
è bionda,
veste come una rockstar,
indossa sandali rosa shocking,
i suoi ricordi risalgono ai primi anni Sessanta,
ma vive ed evolve nel presente e
vede il futuro.
Si chiama Marilyn, e adora i lecca-lecca.
Non fate caso agli spruzzi di sangue.”
Il primo volume delle avventure di Marilyn, supereroina un po’ particolare. Horror a tinte splatter, spionaggio, azione, combattimenti e, su tutto, la cupa atmosfera di Darkest, la prima variante ufficiale di Due Minuti a Mezzanotte.
Marylin è un ammasso di vestiti e accessori chic, un condensato di stereotipi sessuali che ancheggia emanando vibrazioni inguinali. E' come una fuoriserie color carne. E' una sirena ululante dispensatrice di estrogeni su due gambe da urlo.
Marylin gestisce un negozio di musica su cui grava la bava bancaria ed insieme a Dave, ragazzo lecca-lecca con lingua raspa canina, rincorre speranza di soldi facili tra combattimenti clandestini e ispanici rabbiosi.
Visioni ossessive annebbiano la sua mente, un sadico montatore pelato col pugno ferreo, un bambino onnipresente, un tavolo operatorio... ed un passato che fa acqua da tutte le parti. Ma i veri incubi sono quelli che deve affrontare nel mondo reale. Cani che ringhiano e annaspano aria come in cerca di feromoni stimolanti e uomini che non sono da meno. Sembrano quasi dondolare al flusso della loro adrenalina, automi ormonali impegnati in una danza selvaggia e mortale.
Ciò che affiora dalla sua mente malata non sono solo incubi. Marilyn osserva la comparsa di poteri che non sono di certo umani.
Lollipop Double Mixed Flavour è un opera cruda e visionaria. Fumettoso e violento come un sabato sera illuminato dalle luci 3D di un'autombulanza del 118. Indagini e combattimenti da lussazione cervicale. Adrenalina distillata da surreni di tori infoiati.
Ciò che affiora dalla sua mente malata non sono solo incubi. Marilyn osserva la comparsa di poteri che non sono di certo umani.
Lollipop Double Mixed Flavour è un opera cruda e visionaria. Fumettoso e violento come un sabato sera illuminato dalle luci 3D di un'autombulanza del 118. Indagini e combattimenti da lussazione cervicale. Adrenalina distillata da surreni di tori infoiati.
Germano M. è in grado di generare mondi impossibili, grotteschi e bizzarri. Ma ciò che rende la sua opera un manifesto d'italica avanguadia e bizzarra autarchia è il linguaggio che ti lecca come un feed-back lisergico, inglobandoti nel tascapane del bianconiglio lungo il giardino di Hofmann durante il rito del té con Timothy Leary.
La sua scrittura è un vortice pazzo in cui la forza centripeta è invertita in una fuga dall'egocentrismo, permettendo la liberazione di esseri inconsci che paion quasi viver di vita propria grazie alla fluidità da egli creata.
La contemplazione di un mondo infinito è il più grande dono che uno scrittore possa compiere.
Avete un manoscritto segreto e segretato che sognate di pubblicare? Vi ricordiamo che l'autore è anche editor. I servizi offerti sono: content editing, correzione di bozze ed eliminazione refusi. L'editing è effettuato per manoscritti sia di saggistica sia di narrativa. Alcuni degli scrittori che hanno beneficiato dei suoi servizi sono: Alessandro Girola, Marco Siena, Lucia Patrizi, Marina Belli, Davide Mana, Domenico Attianese, Massimo Mazzoni, Davide Cassia. Sarete in buone mani!
Avete un manoscritto segreto e segretato che sognate di pubblicare? Vi ricordiamo che l'autore è anche editor. I servizi offerti sono: content editing, correzione di bozze ed eliminazione refusi. L'editing è effettuato per manoscritti sia di saggistica sia di narrativa. Alcuni degli scrittori che hanno beneficiato dei suoi servizi sono: Alessandro Girola, Marco Siena, Lucia Patrizi, Marina Belli, Davide Mana, Domenico Attianese, Massimo Mazzoni, Davide Cassia. Sarete in buone mani!
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martedì 5 agosto 2014
OCCASIONE - Racconto completo di Mirko Giacchetti
Dopo aver recensito tre opere di Mirko Giacchetti, Scommessa A Memphis e i primi due episodi di La Regola del Santo e del Peccatore, e la raccolta La Serra Trema, dove Giacchetti è presente con The Rose, siamo lieti di accogliere una sua short story in cui è racchiusa la capacità dell'autore di creare, utilizzando un linguaggio sincopato e personaggi nichilisti al limite della misantropia, situazioni grottesche ed imprevedibili. Buona lettura.
Occasione.
Non capisci davvero il significato della parola “coglione”, almeno sino
a quando un’ottuagenaria non ti punta addosso la tua pistola. Quella
con cui minacciavi tutti i presenti e che doveva essere il tuo
passe-partout per la felicità contata a migliaia in simpatiche
banconote.
Eppure, a preoccuparmi non è la nuova definizione con cui posso essere indicato, né il fatto che sia sdraiato a terra con fitte di dolore ai polsi e al ginocchio, ma l’artrite che affligge i corpi non più giovani; la pensionata armata ha delle mani secche, tendenti al violaceo. Valuto se possa essere per via del freddo, ma in quest’ufficio ci saranno almeno quaranta gradi, così non resta che l’alternativa della decadenza biologica della femmina che ho davanti.
La questione che mi angoscia è: l’ansia può provocare un attacco alla cariatide e obbligarla a chiudere con uno scatto malefico l’arto prensile di cui è dotata?
Mi sembra che funzioni così. Quindi sono fottuto, anche perché la nonna docile e simpatica di poco prima, a contatto con il mio ferro del mestiere si è trasformata in una versione esangue dell’omino dell’Urlo di Munch, con tanto di gonna marrone piuttosto abbondante e un lungo piumino grigio.
Allora, avete capito perché quell’indice sul grilletto è un grosso problema?
“Ascolti, dia la pistola a qualcun altro, ma per carità, la smetta di puntarmela addosso” dico, convincendomi che un soggiorno alla più vicina casa circondariale sia comunque più confortevole di un riposo adagiato sui velluti di una bara full-optional.
L’anziana non parla e un tic all’occhio le fa ballare la palpebra.
Il tempo è quello della rumba da balera, ma io sto ballando un tango con la morte.
Alle sue spalle, da una delle sedie predisposte per l’attesa del pubblico, emerge una montagna di muscoli fasciata dentro una sgradevole combinazione di abiti casual. Attento a non sgualcire il modello F24 nella mano sinistra, porge la destra. “La dia a me, per favore” dice, sbattendo gli occhioni blu come un Rodolfo Valentino qualunque.
Il manichino abbronzato a dicembre e palestrato quanto basta per tendere al punto giusto i tessuti in cui è avvolto, sorride. Sarà per la collezione autunno-inverno che indossa, o per un improvviso calo di zuccheri, ma il bestione sfoggia una voce flautata che ci si potrebbe aspettare da una bambina di cinque, forse sei anni. In tutto il tempo che ha passato a pompare i bicipiti, poverino, non ha approfondito il giusto atteggiamento e la psicologia adatta da tenere in un momento del genere.
Mr. Muscolo pensa che, parlando come una bambina a un’altra bambina, la situazione non precipiti.
Invece precipita, eccome se precipita, ma non nella direzione che tutti si aspettano.
Quella che un tempo, circa un eone prima, era stata una ragazza, piroetta con tempi geriatrici di mezzo cerchio e punta addosso la pistola al ragazzone. “Stai fermo lì, altrimenti ti sparo” dice, facendo colare l’abbronzatura posticcia sul colletto della camicia dal faccione dell’ominide griffato. “Tu, - prosegue rivolta a me – sei in grado di prendere i soldi, senza fare un altro casino?”
Avevo ideato un piano semplice. Una cosa da entri, arraffi i soldi ed esci. Invece ora ho una complice. Certo, non è una rapinatrice avvenente e affascinate, sembra più la morte senza la falce, ma data la situazione in cui mi ritrovo, direi che va bene anche così.
“Ehm… - penso un attimo prima di rispondere – credo di sì.” Mi alzo e al coro di pulsazioni per il dolore, si aggiunge una fitta al ginocchio che spicca come un acuto da voce bianca. “Almeno spero” aggiungo, nel caso in cui ne combini una delle mie.
Diciamo che le ultime parole sono un’assicurazione; nel caso qualcosa vada male, non dovrebbe rimanere troppo delusa.
“Allora datti da fare.”
“Ha sentito, vero?” dico all’impiegata, mentre zoppico sino al bancone.
Ora che posso rilassarmi, guardo la faccia del nuovo bersaglio. Non ne sono sicuro, ma anche lui sta facendo un breve ripasso mentale sull’artrite.
Il resto delle persone in attesa è allibita. C’è una coscritta della rapinatrice con dei capelli fuxia, modello tinta sbagliata, con la bocca aperta da cui non stanno più uscendo lamentele mischiate a orribili pettegolezzi fraudolenti. C’è anche un ragazzo che usa il dito come segnalibro nelle pagine dell’ottimo Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski e il trio termina con una ragazza bionda e talmente pallida da sembrare un fantasma spaventato, che ha tutta l’aria di essere una badante sfuggita alle angherie di qualche dispotico anziano.
“Allora, se ha sentito, perché non raggruppa i soldi e me li passa?”
L’impiegata postale mi guarda e sembra non capire. Forse non ci sente più dalla fame, in fondo la pausa pranzo è vicina; ogni giovedì viene dalla città per aprire questo minuscolo ufficio di paese e all’una, cioè tra dieci minuti circa, lo chiude per parcheggiarsi nel bar a fianco e ingozzarsi con tutto ciò che da surgelato può diventare commestibile.
“Avanti Bruna, fai quello che ti dice.” La mia complice la sprona, cercando di velocizzare la tempistica.
Al comando giusto la incassa-bollette dietro al bancone si sblocca e apre il cassetto.
“Ma vi conoscete?” chiedo.
“Certo che ci conosciamo, allora?”
Dal tono della risposta, capisco che non è il caso di insistere.
“Ma ci sono tutti i versamenti” dice la Bruna, impiegata alle Poste.
“Avanti, mica mi bastano le parole, voglio proprio i soldi” ordina l’anziana.
Messa sotto pressione la donna si arrende e inizia a raccogliere i soldi.
Nel poco tempo che rimane, faccio un cenno all’intellettuale del gruppo. “Ti piace?” chiedo, fissando la copertina del libro.
“Sì, - dice guardandomi – ma…” non riesce a terminare la frase, perché la pistola finisce puntata su di lui.
“Basta parlare, non siam qui per chiacchierare!” L’anziana tira dritto al sodo, non vuole perdere tempo.
Tutte le banconote sono impilate sul bancone davanti a me.
“Maria, vuoi anche le monete?” chiede Bruna, osservando il cassettino vicino al monitor del computer.
La mia complice ha un nome. Stacca gli occhi dal ragazzo, guarda la sua borsa sulla sedia. “Sì, fai che darmele, dovrebbero starci anche quelle.”
Il contenitore con tutte le monete disciplinate secondo il rigoroso ordine di valore finisce nelle mie mani.
“Allora, rovescia tutto dentro e poi vieni qui.”
Date le circostanze, eseguo. Più o meno, potrebbero esserci sui tremila euro e, se Maria è onesta, la metà dovrebbe finire nelle mie tasche.
Afferro la borsa nera di finta pelle, un modello serio e capiente, e mi avvicino senza incrociare la linea di fuoco, non sia mai che l’artrite…
Maria controlla l’ufficio, poi volge le spalle alla zona in cui non c’è nessuno. “Dai qua” dice, allungando la mano sinistra e puntandomi addosso, per la seconda volta, la mia pistola.
“Mah, siamo complici, non puoi trattarmi così.”
“Dammi quella borsa, oppure..” il dito accarezza il grilletto e non mi sembra che c’entri qualcosa l’artrite. No, è proprio decisa a sparare.
“Ragiona, - uso la borsa come scudo – non puoi andartene senza di me, non puoi cavartela.”
“Come, non posso farcela senza uno che entra in Posta per fare una rapina, ma cade e perde la pistola?” Scuote la testa, poi ripete: “dammi la borsa.”
Ecco, non ho molta stima di me, so di essere mediamente sfortunato, ma vorrei chiarire un punto. “Perché lo hai fatto?”
“Come, perché l’ho fatto – sorride meravigliata – mi è capitata una pistola tra le mani dentro un ufficio postale, mi si è presentata l’occasione, mica potevo lasciarmela scappare!” Maria da un’occhiata al resto dei presenti. “Me la vuoi dare, oppure no?”
“Finirai in galera” dico, consegnandole la borsa.
Vorrei farle scattare la paura delle conseguenze, almeno potrei filarmela io con il bottino, senza doverlo smezzare.
“Alla mia età? – scoppia a ridere – Ma va là, al massimo mi chiuderanno in una casa di riposo.”
Alla fine, dopo queste poche parole, non senza qualche difficoltà, apre la porta ed esce.
Ci guardiamo stupiti quando passa davanti alla vetrina dell’ufficio, salutandoci con la mano e la pistola bene in mostra, mentre molto lentamente si avvia verso casa.
Eppure, a preoccuparmi non è la nuova definizione con cui posso essere indicato, né il fatto che sia sdraiato a terra con fitte di dolore ai polsi e al ginocchio, ma l’artrite che affligge i corpi non più giovani; la pensionata armata ha delle mani secche, tendenti al violaceo. Valuto se possa essere per via del freddo, ma in quest’ufficio ci saranno almeno quaranta gradi, così non resta che l’alternativa della decadenza biologica della femmina che ho davanti.
La questione che mi angoscia è: l’ansia può provocare un attacco alla cariatide e obbligarla a chiudere con uno scatto malefico l’arto prensile di cui è dotata?
Mi sembra che funzioni così. Quindi sono fottuto, anche perché la nonna docile e simpatica di poco prima, a contatto con il mio ferro del mestiere si è trasformata in una versione esangue dell’omino dell’Urlo di Munch, con tanto di gonna marrone piuttosto abbondante e un lungo piumino grigio.
Allora, avete capito perché quell’indice sul grilletto è un grosso problema?
“Ascolti, dia la pistola a qualcun altro, ma per carità, la smetta di puntarmela addosso” dico, convincendomi che un soggiorno alla più vicina casa circondariale sia comunque più confortevole di un riposo adagiato sui velluti di una bara full-optional.
L’anziana non parla e un tic all’occhio le fa ballare la palpebra.
Il tempo è quello della rumba da balera, ma io sto ballando un tango con la morte.
Alle sue spalle, da una delle sedie predisposte per l’attesa del pubblico, emerge una montagna di muscoli fasciata dentro una sgradevole combinazione di abiti casual. Attento a non sgualcire il modello F24 nella mano sinistra, porge la destra. “La dia a me, per favore” dice, sbattendo gli occhioni blu come un Rodolfo Valentino qualunque.
Il manichino abbronzato a dicembre e palestrato quanto basta per tendere al punto giusto i tessuti in cui è avvolto, sorride. Sarà per la collezione autunno-inverno che indossa, o per un improvviso calo di zuccheri, ma il bestione sfoggia una voce flautata che ci si potrebbe aspettare da una bambina di cinque, forse sei anni. In tutto il tempo che ha passato a pompare i bicipiti, poverino, non ha approfondito il giusto atteggiamento e la psicologia adatta da tenere in un momento del genere.
Mr. Muscolo pensa che, parlando come una bambina a un’altra bambina, la situazione non precipiti.
Invece precipita, eccome se precipita, ma non nella direzione che tutti si aspettano.
Quella che un tempo, circa un eone prima, era stata una ragazza, piroetta con tempi geriatrici di mezzo cerchio e punta addosso la pistola al ragazzone. “Stai fermo lì, altrimenti ti sparo” dice, facendo colare l’abbronzatura posticcia sul colletto della camicia dal faccione dell’ominide griffato. “Tu, - prosegue rivolta a me – sei in grado di prendere i soldi, senza fare un altro casino?”
Avevo ideato un piano semplice. Una cosa da entri, arraffi i soldi ed esci. Invece ora ho una complice. Certo, non è una rapinatrice avvenente e affascinate, sembra più la morte senza la falce, ma data la situazione in cui mi ritrovo, direi che va bene anche così.
“Ehm… - penso un attimo prima di rispondere – credo di sì.” Mi alzo e al coro di pulsazioni per il dolore, si aggiunge una fitta al ginocchio che spicca come un acuto da voce bianca. “Almeno spero” aggiungo, nel caso in cui ne combini una delle mie.
Diciamo che le ultime parole sono un’assicurazione; nel caso qualcosa vada male, non dovrebbe rimanere troppo delusa.
“Allora datti da fare.”
“Ha sentito, vero?” dico all’impiegata, mentre zoppico sino al bancone.
Ora che posso rilassarmi, guardo la faccia del nuovo bersaglio. Non ne sono sicuro, ma anche lui sta facendo un breve ripasso mentale sull’artrite.
Il resto delle persone in attesa è allibita. C’è una coscritta della rapinatrice con dei capelli fuxia, modello tinta sbagliata, con la bocca aperta da cui non stanno più uscendo lamentele mischiate a orribili pettegolezzi fraudolenti. C’è anche un ragazzo che usa il dito come segnalibro nelle pagine dell’ottimo Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski e il trio termina con una ragazza bionda e talmente pallida da sembrare un fantasma spaventato, che ha tutta l’aria di essere una badante sfuggita alle angherie di qualche dispotico anziano.
“Allora, se ha sentito, perché non raggruppa i soldi e me li passa?”
L’impiegata postale mi guarda e sembra non capire. Forse non ci sente più dalla fame, in fondo la pausa pranzo è vicina; ogni giovedì viene dalla città per aprire questo minuscolo ufficio di paese e all’una, cioè tra dieci minuti circa, lo chiude per parcheggiarsi nel bar a fianco e ingozzarsi con tutto ciò che da surgelato può diventare commestibile.
“Avanti Bruna, fai quello che ti dice.” La mia complice la sprona, cercando di velocizzare la tempistica.
Al comando giusto la incassa-bollette dietro al bancone si sblocca e apre il cassetto.
“Ma vi conoscete?” chiedo.
“Certo che ci conosciamo, allora?”
Dal tono della risposta, capisco che non è il caso di insistere.
“Ma ci sono tutti i versamenti” dice la Bruna, impiegata alle Poste.
“Avanti, mica mi bastano le parole, voglio proprio i soldi” ordina l’anziana.
Messa sotto pressione la donna si arrende e inizia a raccogliere i soldi.
Nel poco tempo che rimane, faccio un cenno all’intellettuale del gruppo. “Ti piace?” chiedo, fissando la copertina del libro.
“Sì, - dice guardandomi – ma…” non riesce a terminare la frase, perché la pistola finisce puntata su di lui.
“Basta parlare, non siam qui per chiacchierare!” L’anziana tira dritto al sodo, non vuole perdere tempo.
Tutte le banconote sono impilate sul bancone davanti a me.
“Maria, vuoi anche le monete?” chiede Bruna, osservando il cassettino vicino al monitor del computer.
La mia complice ha un nome. Stacca gli occhi dal ragazzo, guarda la sua borsa sulla sedia. “Sì, fai che darmele, dovrebbero starci anche quelle.”
Il contenitore con tutte le monete disciplinate secondo il rigoroso ordine di valore finisce nelle mie mani.
“Allora, rovescia tutto dentro e poi vieni qui.”
Date le circostanze, eseguo. Più o meno, potrebbero esserci sui tremila euro e, se Maria è onesta, la metà dovrebbe finire nelle mie tasche.
Afferro la borsa nera di finta pelle, un modello serio e capiente, e mi avvicino senza incrociare la linea di fuoco, non sia mai che l’artrite…
Maria controlla l’ufficio, poi volge le spalle alla zona in cui non c’è nessuno. “Dai qua” dice, allungando la mano sinistra e puntandomi addosso, per la seconda volta, la mia pistola.
“Mah, siamo complici, non puoi trattarmi così.”
“Dammi quella borsa, oppure..” il dito accarezza il grilletto e non mi sembra che c’entri qualcosa l’artrite. No, è proprio decisa a sparare.
“Ragiona, - uso la borsa come scudo – non puoi andartene senza di me, non puoi cavartela.”
“Come, non posso farcela senza uno che entra in Posta per fare una rapina, ma cade e perde la pistola?” Scuote la testa, poi ripete: “dammi la borsa.”
Ecco, non ho molta stima di me, so di essere mediamente sfortunato, ma vorrei chiarire un punto. “Perché lo hai fatto?”
“Come, perché l’ho fatto – sorride meravigliata – mi è capitata una pistola tra le mani dentro un ufficio postale, mi si è presentata l’occasione, mica potevo lasciarmela scappare!” Maria da un’occhiata al resto dei presenti. “Me la vuoi dare, oppure no?”
“Finirai in galera” dico, consegnandole la borsa.
Vorrei farle scattare la paura delle conseguenze, almeno potrei filarmela io con il bottino, senza doverlo smezzare.
“Alla mia età? – scoppia a ridere – Ma va là, al massimo mi chiuderanno in una casa di riposo.”
Alla fine, dopo queste poche parole, non senza qualche difficoltà, apre la porta ed esce.
Ci guardiamo stupiti quando passa davanti alla vetrina dell’ufficio, salutandoci con la mano e la pistola bene in mostra, mentre molto lentamente si avvia verso casa.
Soundtrack ideale: Dexter Gordon - Willow Weep For Me
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