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mercoledì 11 novembre 2015

"Quella villa in fondo al parco" di Giuliano Carnimeo





 Caraibi. Il dottor Olman (Pepito Guerra) genera un ibrido utilizzando il seme di un ratto e l'ovaio di una scimmia. Tale creatura abominevole è provvista, sotto le unghie e nei denti, di un potente veleno in grado di provocare una sorta di leptospirosi fulminante. Lo scienziato ha intenzione di portare il suo esperimento al convegno di biogenetica, ma improvvisamente la creatura riesce a fuggire.
 Rat Man (Nelson de la Rosa), questo il  nomignolo della creatura, raggiunge la spiaggia, che proprio in quel momento viene usata come scenografia per il servizio fotografico di due modelle, Marlis (Eva Grimaldi) e Peggy (Luisa Menon). Dopo la stupenda esibizione, Marlis rinviene il cadavere di un guardone che le stava spiando. Per evitare complicazioni, decidono di non segnalare il ritrovamento alla autorità del luogo.
 Peggy, mentre si reca a un appuntamento di lavoro, resta a terra con il taxi. Costretta a proseguire a piedi, assiste a un omicidio avvenuto in un'abitazione. Si rifugia all'interno di una casa, dove ascolta, nascosta nel buio, lo stridio della lama sul muro che si fa sempre più vicino. Troppo tardi, ella si accorge di essere finita tra le fauci di una creatura ancora più spaventosa.




 Sull'isola caraibica atterra Terry (Janet Agren), un'americana alla ricerca della sorella scomparsa, contattata dalle autorità locali che hanno rinvenuto il corpo di Peggy. La polizia non ha però effettuato i dovuti controlli, il corpo infatti non è quello della sorella di Terry, ossia di Marlis. Dopo i dovuti controlli, le autorità scoprono che Malis, insieme al suo manager, si è inoltrata nella giungla,  al fine di utilizzare un'ambientazione selvaggia per un nuovo servizio fotografico.
  Terry per fortuna non è del tutto sola, ha infatti conosciuto lo scrittore Fred Williams (Antonio Colonnello), giunto nei Caraibi per ritrovare l'ispirazione, può quindi godersi la vacanza in attesa del ritorno di Marlis. Fred non ha però il desiderio di languire su una sdraio, trascina infatti  Terry nell'indagine sulla morte di Peggy.


domenica 25 ottobre 2015

"Cannibal Ferox" di Umberto Lenzi






     Gloria (Lorraine De Selle), il fratello Rudy (Danilo Mattei) e l'amica Pat (Zora Kerowa) si recano in Amazzonia per una vacanza particolare. Gloria, laureanda in antropologia, ha intenzione di dimostrare che il cannibalismo è solo un mito senza alcun fondamento scientifico, frutto quindi dei pregiudizi del mondo "civilizzato". La meta è il villaggio di Majoca, situato lungo un affluente del Rio delle Amazzoni, dove alcuni giornalisti hanno indicato il verificarsi di alcuni casi di antropofagia. (Video)
 Dopo essere penetrati all'interno della foresta amazzonica, i tre ragazzi cominciano a comprendere la pericolosità di quel posto selvaggio, saturo di predatori e trappole. In questo ambiente ostile incontrano Mike Logan (Giovanni Lombardo Radice) e Joe Costolani (Walter Lucchini), quest'ultimo ferito durante uno scontro con i membri di una tribù.
 I due, legati al traffico di cocaina, avevano deciso di inserirsi anche in quello di pietre preziose. Catturati dai selvaggi sono stati torturati fino alla fortunata fuga. Al loro terzo compagno, il Portoghese, è andata molto peggio. E' stato infatti evirato e i selvaggi si sono divisi il lauto pasto.
 Gloria capisce che se le storie dei colonialisti sul selvaggio crudele non sono sempre vere, forse anche l'idea del buon selvaggio non è sempre corretta...




Se da una parte Gloria mostrerà di non essere in grado di unire i suoi studi teorici allo studio sul campo, Pat mostrerà invece un nascente piacere verso la percezione della forza e del sadismo liberato da Mike. Lei trasformerà quell'energia distruttrice in energia sessuale, liberando quindi in un'associazione ancestrale.
 Si verrà a creare un'alternaza di palcoscenici al centro di quella natura selvaggia. Vedremo gli anziani della tribù assistere agli scontri spontanei tra animali selvatici, o trasformarsi in diretti partecipi dell'uccisione di animali. Al di là del sipario troveremo invece dei ragazzi le cui interazioni risulteranno altamente patologiche, sia tra loro sia con i membri della tribù. Una finestra sul cortile del cannibal movie.




Altra alternanza è tra la stessa Foresta Amazzonica e la città di New York, dove si svolgono le indagini su l'omicidio di un tossicodipendente. L'omicidio è avvenuto nell'appartamento di una guida turistica ritenuta legata sentimentalmente a uno spacciatore, ossia lo stesso Mike che ora è in America Latina. Avremo quindi un poliziesco, più poliziottesco in trasferta che 87º Distretto, alternato a un cannibal movie. Il salto geografico, presente anche in "Mangiati Vivi", sostituisce il salto geografico/temporale di "Cannibal Holocaust".





 Nella recensione di "Mangiati Vivi" abbiamo parlato dei legami e delle influenze tra Lenzi e Deodato, anche in questo film si notano dei punti di contatto. Se Deodato deciderà di chiudere la sua trilogia dei cannibali con "Inferno in diretta", dove un intro tipico dei cannibal movie sfocia in un'avventura tropicale contaminata da elementi slasher, Lenzi decide invece di presentare la tipica comitiva di quel genere cinematografico per poi incanalarsi in uno dei cannibal movie più estremi e crudi. Nel film avremo infatti la ragazza moralista e pura, Gloria, il ragazzo fisicato e giusto, il fratello Rudy, la puttanella, cioè Pat, e lo schizzato drogato, Mike. Comitiva che sceglierà un campeggio non proprio adeguato...




 Tramite Gloria, come abbiamo già accennato, potremo assistere al conflitto tra due pregiudizi che tanto hanno contaminato gli studi antropologici, ovvero la visione del selvaggio crudele e quella del selvaggio buono. Questo manicheismo percettivo, che è stato alla base del suo desiderio di raggiungere quella foresta così selvaggia, sarà all'origine del suo desiderio di martirio, trasformandola in una sorta di Cristo proibito malapartiano. Il suo personaggio si distacca quindi dall'esaltazione della potenza dominatrice dell'uomo civilizzato che caratterizza i primi due film di Lenzi.




domenica 18 ottobre 2015

"Mangiati Vivi" di Umberto Lenzi






     Un uomo si aggira tra St. Catharines e New York assassinando alcune persone attraverso una cerbottana con dardi imbevuti di veleno di cobra. Durante la fuga dal suo terzo omicidio viene investito e ucciso da un camion. La perquisizione del corpo porta alla luce un filmino 8mm, sulla cui confezione è riportato il nome di Diana Morris (Paola Senatore). Le indagini della polizia collegano la donna a Melvyn Jonas (Ivan Rassimov), guru del ritorno alla natura come servizio dell'anima. Jonas e Diana, insieme ad altri seguaci, si sono allontanati dalla civiltà. Per rintracciare Diana, e attraverso lei Jonas, l'FBI si rivolge a sua sorella Sheila (Janet Agren). 
 Gli agenti e Sheila assistono alla proiezione del filmino, in cui si fondono giri turistici e riti tribali cruenti. Attraverso alcuni confidenti, scoprono il legame tra Jonas e la setta della purificazione, un'antica società rituale indigena che usa il dolore per riavvicinare l'uomo alla natura. Sheila si reca quindi in Borneo dove recluta il connazionale Mark Butker (Robert Kerman), il quale vive di espedienti dopo aver disertato dalla Guerra del Vietnam, per penetrare all'interno della foresta e raggiungere Jonas.




 Il secondo cannibal movie di Lenzi presenta un forte legame con "Il paese del sesso selvaggio", non solo per la presenza dei suoi due attori principali, ovvero Ivan Rassimov e Me Me Lay, o per l'inserimento di alcune sue scene. Il legame è rappresentato dal colonialismo, inteso non in senso geopolitico e militare, bensì spirituale.
 Nella recensione di "Il paese del sesso selvaggio" abbiamo parlato del fortissimo legame della trama con "L'uomo chiamato cavallo", legame che il film di Silverstein istaurerà anche con "Addio al Re" di John Milius. Tutti questi film, oltre a una trama molto simile, hanno in comune il concetto di uomo bianco come essere dotato di un'intrinseca capacità di dominare. Si parla certamente di empatia, amore, rispetto, ecc, ma vi è sempre la componente di superiorità intellettuale. I primitivi diventano pedine nelle sue mani, ciò che avviene dopo non conta. Il principio è questo. Principio che comunque ritroviamo anche in Apocalypse Now e, ampliandolo all'intera specie umana, in molte opere di fantascienza in cui il terrestre riesce ad avere la meglio su un intera popolazione extraterrestre.
 Qui il potere del leader si estende comunque anche ai membri del "mondo civilizzato".




 "Mangiati Vivi" rappresenta, meglio di qualsiasi altro film, la rete di connessioni e influenze tra Deodato e Lenzi. In esso si ha come il risultato di quel salto di qualità, o interesse di specie, che avviene nel serial killer,  dove il fanciullesco sadismo verso gli animali si trasforma nel sadismo verso gli esseri umani. Se in "Il paese del sesso selvaggio" la violenza era principalmente a danno degli animali, qui si avrà una maggiore visione di corpi massacrati e cannibalizzati. E' come se il Deodato avesse agito da catalizzatore per questo saltò di qualità.
 Secondo elemento di contatto è la figura del reverendo James "Jim" Warren Jones, guida spirituale della setta del Tempio del Popolo e responsabile del massacro dei suoi membri attraverso il suicidio di massa avvenuto nella foresta guyanese il 18 novembre 1978. Il reverendo viene nominato nell'opera "Inferno in diretta" di Ruggero Deodato, dove il personaggio del colonnello Brian Horne, braccio destro del reverendo, incarna perfettamente il leader del colonialismo spirituale citato prima. Ulteriore connessione quindi tra le opere dei due registi del cannibal movie.



martedì 6 ottobre 2015

"Il paese del sesso selvaggio" di Umberto Lenzi






     Bradley (Ivan Rassimov) è un fotografo britannico recatosi in Thailandia per lavoro. In un bar di Bangkok viene aggredito da un uomo del luogo armato di coltello, il quale muore durante la colluttazione che ne segue (Video).  Bradley continua il suo lavoro verso l'entroterra, allontanandosi dalla città e dalla giustizia che è sulle sue tracce.
 Il personaggio di Bradley si discosta da tutti quelli che verranno utilizzati nei cannibal movie che origineranno dal film di Lenzi. Lui è un uomo di mondo, ma di un mondo diverso da quello degli antropologi, dei ricercatori o dei giornalisti che dovranno affrontare i vari divoratori di uomini. Bradley è un artista, un dandy che si muove per quelle terre con una confidenza quasi disarmante nei confronti dei locali, ma con la grazia e la follia dei viaggiatori inglesi del XIX secolo. L'uomo che diviene egli stesso opera d'arte.
  Improvvisamente però quelle terre mutano, non sono più luoghi che si prostituiscono all'uomo bianco, gentile e bello ma straniero. Estraneo.




Durante la traversata di un fiume, effettuata per fotografare alcuni pesci fluorescenti, Bradley viene catturato da una tribù. Trasportato al villaggio viene issato su dei sostegni insieme alla rete utilizzata per trasportarlo (Video). Umiliato e costretto ad assistere a torture atroci, improvvisamente vede una ragazza che lo guarda con occhi dolci e amorevoli. Grazie a Maraya (Me Me Lay), e alla sua influenza sul capo tribù, Bradley riceve un trattamento più "umano". Questo comportamento di Maraya indisporrà Karen, guerriero e suo futuro sposo.




 Il paese del sesso selvaggio focalizza la trama sulla capacità dell'uomo di adattarsi alle situazioni più estreme e di accrescere la propria forza attraverso esse. Bradley temprerà il suo corpo e il suo spirito, tendendo sempre di più il suo istinto di sopravvivenza. Egli osserverà attentamente le pratiche dei suoi carcerieri, utilizzandole contro loro stessi.




 Così come Bradley si abbevera alla fonte delle loro usanze, così Lenzi disseta lo spettatore attraverso scorci antropologici che non mancheranno di stupire o sconvolgere. Questi elementi vengono inseriti in maniera naturale, non apparendo quindi forzati e imposti. E' da notare uno splendido esempio di magia omeopatica.
 Altro elemento caratteristico dell'opera di Lenzi è la componente animale. Nei cannibal movie, specialmente nella fase iniziale, viene mostrata una natura crudele in cui lo scontro tra animali risulta costante e ininterrotto. La giungla diviene un'arena nella selezione del più adatto. Ottima introduzione per quella carneficina che avverrà ai danni dell'uomo civilizzato. Lenzi capovolge questo scontro facendolo diventare frutto del volere dell'uomo. Conseguenza del sadismo umano.
 Sono presenti, come quei film che gli faranno seguito, le violenze inferte direttamente dall'uomo agli animali, generalmente a fini alimentari. Una di queste scene ci farà venire in mente "Indiana Jones e il tempio maledetto"...




     "Il paese del sesso selvaggio" è un opera che deve molto a "A Man Called Horse" (Un uomo chiamato cavallo) film western in cui la componente rituale si fonde con l'exploitation. Simili risultano le dinamiche che vengono a crearsi all'interno della tribù, le gelosie, le inclusioni e le esclusioni. Anche nel film di Elliot Silverstein si vede lo scontro tra animali selvatici, per la precisione un coyote e un coniglio selvatico, ma il senso che ne risulta è quello della fusione positiva tra uomo e natura. Sensazione accentuata dalla comparazione tra caccia, umane e animale, e nutrizione della prole, anche in questo caso sia animale sia umana.
 Questo legame, tra il film che ha dato origine al cannibal movie e un film straniero, dovrebbe far riflettere coloro che hanno originato un muro innanzi a "The Green Inferno" (QUI la spledida recensione di Lucia Patrizi) ancor prima di vederlo. Gli intellettualoidi, che fingono ruspantezza addobbandosi come intenditori e amanti degli italici film di genere, dovrebbero conoscere lo stretto legame tra questi e le pellicole straniere, che si parli di Lenzi o di Fulci. I feedback esistono anche nel cinema, che è un ecosistema e non una provetta sigillata.
 Segnaliamo la soundtrack di Daniele Patucchi

Nella cartella Pinterest dedicata al cannibal movie troverete i poster e le immagini di molte delle opere trattate nel blog. La cartella è in continuo aggiornamento.



domenica 27 settembre 2015

"Ultimo mondo cannibale" di Ruggero Deodato






   Un biplano atterra su una pista situata nella foresta dell'isola filippina di Mindanao. Oltre al pilota, Charlie, scendono a terra Robert (Massimo Foschi), ricercatore della compagnia petrolifera,  Rolf (Ivan Rassimov), antropologo della spedizione, e Swan, assistente del gruppo.
 Dopo il brusco atterraggio, i membri dell'equipaggio avranno un'ulteriore brutta sorpresa. Il campo base risulta infatti deserto e razziato, sono inoltre presenti tracce di lotta. Rolf, osservando un'arma primitiva sporca di sangue, capisce che il campo è stato attaccato da una tribù rimasta all'età della pietra. 
 Robert resta sconvolto e si addentra all'interno della foresta, costringeno Rolf a seguirlo. Ormai persi dentro quel groviglio di vegetazione, i due uomini scoprono la presenza di un cadavere divorato. Ritrovano la via per tornare alla pista quando è ormai prossima la notte, costringendo il gruppo a pernottare sul luogo. 
 I corpi e le caratteristiche della lancia fanno sospettare a Rolf la presenza in quell'isola di una popolazione misteriosa, i Manago. I suoi sospetti sono particolarmente gravi per loro, visto che quella è una tribù di cannibali. Gli ultimi cannibali rimasti al mondo che forse li stanno spiando proprio in quel momento...




 Swan, uscita dall'aereo per un bisogno impellente, sparisce nel nulla dopo aver terrorizzato gli uomini con un urlo agghiacciante. Con le prime luci dell'alba, Charlie, Robert e Rolf, danno inizio alle ricerche, interrotte dalla morte del pilota a causa di una trappola. Quel corpo straziato non è nulla rispetto a quello che vedranno quasi celato dalla vegetazione, ovvero i selvaggi che si contendono i resti di Swan. I loro denti che masticano quella donna generano un suono il cui eco non è altro che un conto alla rovescia per i due sopravvissuti.




 La foresta diviene una spirale di suoni e colori che aggredisce e strega con la sua pluralità di elementi.  Ma ad aprirsi innanzi ai nostri occhi non sarà solo la fitta flora di questo inferno verde. Deodato squarcia la terra che come un melograno mostra i suoi elementi interni, qui costituiti da una miriade di esseri antropofagi. Una moltitudine di corpi che glorifica la potenza della Madre Terra, di cui diviene viva membrana protettiva e nutritiva. Anticorpi e villi che con la maestosità della loro pura crudeltà difendono la terra ristabilendo quasi il diritto di possesso. Quegli uomini, che contribuiscono alla disidratazione del suolo dal suo sangue nero, vengono ora divorati da quei guardiani inconsapevoli.




 Deodato dà origine a una virata epica della storia, a tratti quasi omerica. Vi sono momenti in cui viene sprigionata la potenza rituale della popolazione primitiva e la sua componente sopita nell'uomo civilizzato.
 Proprio il conflitto tra queste due entità costituisce il fulcro su cui si basano i cannibal movie del regista potentino.  L'uomo civilizzato è sempre detentore del male, che sia attivo attraverso il sadismo o l'assenza di empatia, come in "Cannibal Holocaust" e "Inferno in diretta", o passivo attraverso la sua collaborazione con multinazionali, come in "Ultimo mondo cannibale". Il cannibale  diviene quell'ostacolo divino, il Satana del Pentateuco, posto dalla Natura/Dio nei confronti del Male. Ciò tesse quasi un legame tra Deodato e  Larry Fessenden. Entrambi i registi inseriscono nelle loro opere degli ostacoli contro l'egoismo dell'uomo, volto nei confronti del macrocosmo della natura o nel microcosmo delle interazioni umane.




 Come in tutti i cannibal movie, l'opera presenta degli intervalli costituiti da scontri tra animali diversi. Queste scene però non sono come spesso avviene concentrate nella parte iniziale, preannuncio alla lotta per la sopravvivenza che i personaggi dovranno affrontare, ma sparse nell'opera. La loro cacofonia funge ancor più da elemento destabilizzante per il fruitore e per i personaggi travolti da quel mondo. Tali episodi costituiscono un elemento funzionale, oltre che estetico, dell'opera.
 Il vero tabù oggi è proprio quello di rappresentare, se pure in forma naturalmente simulata, la lotta tra gli animali selvatici e la loro uccisione, a volte anche ludica, da parte dell'uomo. Il confronto emotivo tra l'effetto di queste scene e quello delle torture inflitte all'uomo, quest'ultime oggi ormai saturanti, non può che indicare la maggior capacità delle prime di indurre un disagio travolgente. Questo elemento disturbande, tipico del genere, non può essere trascurato da nessun cannibal movie.




domenica 20 settembre 2015

"Inferno in diretta" di Ruggero Deodato.






 Guyana, 1985. Alcuni narcos sono intenti a raffinare della cocaina su delle palafitte. Silenzioso e rapido come un serpente, Quecho (Michael Berryman) affiora dalle acque per compiere assalti invisibili ai danni dei criminali.
 Gli indios, guidati da Quecho, danno origine a un'improvvisa mattanza di tutti i narcotrafficanti, le cui armi da fuoco appaiono inutili contro quelle primtive dei Nativi.
 Dopo che i corpi senza vita degli uomini uccisi vengono gettati in pasto ai coccodrilli, gli indios consegnano la droga già raffinata all'equipaggio di un idrovolante restato in attesa durante lo scontro.
Miami. Fran Hudson (Lisa Blount) e Mark (Leonard Mann) sono due giornalisti appostati fuori da un'edificio in cui si sono rifugiati alcuni narcotrafficanti. Prima dell'arrivo della polizia, i due reporter entrano nell'edficio e scoprono una carneficina. Decidono di effettuare lo stesso il servizio, mostrando le immagini della mattanza mentre Fran descrive l'inferno del mondo della droga.




 La stanza, trasformata dagli assassini in un'opera ematica inglobante di Pollok, viene "rivissuta" in studio televisivo dai due giornalisti. Dalla notizia alla notizia totale. Il corpo della donna, su cui si proietta la telecamera ma anche lo schermo della televisione, diviene un'essenza amplificata. La scintilla di un feedback post-mortem.



 Grazie a una foto trovata sul luogo del delitto, Fran riesce a tessere un collegamento tra la strage del Tempio del Popolo, setta cristiano-socialista guidata dal reverendo Jim Jones e trasferitasi dall'Indiana alla  foresta guyanese, la scomparsa di Tommy, figlio del direttore dell'emittente televisiva, e la droga giunta a Miami. 
I due giornalisti si recano quindi in Guyana per cercare il colonnello Brian Horne, il braccio destro del reverendo Jim Jones che dovrebbe essere morto nel suicidio collettivo del '78, ma che in realtà appare su quella foto, vecchia di soli tre mesi. Il loro arrivo avverrà nel momento meno opportuno...




 La violenza tribale si scontra con quella dei narcos originando un confronto tra arcaico e modero, così come avveniva in Cannibal Holocaust, dove a scontrarsi con la ritualità era il sadismo puerile al servizio del marketing giornalistico. Qui invece il reporter diviene passivo voyeur, la sua è una violenza morale.
 In una scena viene riproposto, in forma naturalmente più gore, il massacro del Tempio del Popolo. Osserviamo i due giornalisti che penetrano in un girone infernale, regno di avvoltoi che straziano le carni ormai morte.




 L'intera giungla diventerà un inferno per i due giornalisti, ampliando la scenografia inglobante della scena del crimine iniziale, rendendola viva e attuale come la notizia di cui i reporter sono veicoli. La giungla come esecutrice di una legge del taglione derivante dalla loro insensibilità, moderni Prometei che hanno tentato di rubare l'imperturbabilità divina.




"Inferno in diretta", capitolo finale della trilogia iniziata con "Ultimo mondo cannibale" e proseguita con "Cannibal Holocaust", risulta una fusione tra il genere tropical, quello d'azione e lo slasher. Il colonello Brian Horne incarna perfettamente la figura del militare liberatosi dal giogo del servilismo verso uno stato corrotto e desideroso di raggiungere una spiritualità superiore. Tutto ciò fa assomigliare il colonello di Deodato al  Kurtz di "Apocalypse Now" e al Learoyd di "Addio al Re" (Farewell to the King).




mercoledì 1 luglio 2015

"La notte dei diavoli" di Giorgio Ferroni.





     Un uomo viene sottoposto, dopo essere stato trovato ferito e privo di sensi nei boschi al confine con la Jugoslavia, ad un elettroencefalogramma con stimolazione sensoriale. La sua mente germoglia immagini che urlano la bellezza dissacrata, la vita violata.
 L'uomo soffre di amnesia post-traumatica. Risultano presenti anche comportamenti ossessivi legati al  ritmo circadiano. Il calare della notte induce un aumento della tensione. Ciò può esser riconducibile al trauma subito, avvenuto probabilmente dopo il tramonto. Egli passa la notte fermo, affacciato alla finestra. Come in attesa.
 Un nuovo evento peggiora ancor più le sue condizioni psichiche. In clinica giunge una ragazza jugoslava che sostiene di conoscere l'uomo, il cui nome è Nicola (Gianni Garko). La vista della ragazza scatena in Nicola una grave crisi psicomotoria. Viene quindi bloccato e sedato, mentre la ragazza scompare misteriosamente.
 Nuovi ricordi riemergono dalla sua memoria. Una strada tra i boschi. Il ritorno in patria. Una donna apparsa improvvisamente. L'uscita fuori strada e lo scontro con un albero. L'auto è ormai inutilizzabile. Nicola segue un sentiero sperando di trovare un centro abitato.
 Tra i boschi, poco lontano dai suoi passi, si celebra un funerale particolare. Una salma, avvolta in un fagotto sanguinante, viene sepolta. Sepolta solo dopo un rito strano, arcaico. Un rito che ne impedisca il ritorno in vita.
 Nicola, raggiunto il casale di questi uomini, viene invitato ad entrare da Gork, l'anziano capofamiglia. Nella casa la tensione è palpabile, la morte del fratello di Gork ha infatti liberato dinamiche da tempo sepolte. Quella famiglia risulta compressa tra  legami morbosi e un mondo esterno pericoloso e inquietante.



 Giorgio Ferroni,  anche in "La notte dei diavoli", trasforma la famiglia in un templio della psicopatologia, ma anche in una cellula sotto il continuo assedio di un'alterazione, una malattia. Malattia che è racchiusa nel sangue, rimedio e condanna per queste persone.




 Maria Monti risulta splendida nella sua interpretazione. Sembra una diva del cinema muto con quel volto plasmabile come le onde del nō. Ella fluttua per la scena come un ombra musicale nella sua lugubre danza dei sette veli.



martedì 23 giugno 2015

"Il mulino delle donne di pietra" di Giorgio Ferroni





     Lo studente Hans von Harnmen (Pierre Brice) raggiunge il villaggio olandese di Veeze per conoscere lo scultore Gregorius Wahl. L'artista abita al Mulino delle Donne di Pietra, posto al di là del cimitero di Veeze.
 La nebbia e i mulini, che si stagliano verso il cielo tenebroso ma anche, grazie ai giochi della rifrazione, verso i fondali di quei corsi d'acqua, contribuiscono a rendere suggestivo il suo viaggio.
 Non appena giunto al mulino, lugubre e vetusto come un castello gotico, viene sferzato dai gemiti inquietanti di una donna. A questi suoni si associa la vista di sculture agghiaccianti, come di vittime raggelate nelle pose più strazianti.
 Nulla però risulta sconvolgente come il carillon che si ravviva innanzi a lui grazie al vento e al movimento delle pale. L'ingresso del professor Wahl interrompe le evoluzioni delle statue. Proprio lo studio di quell'opera, che il professore ha ereditato dal suo bisnonno, ha condotto lo studente a quel mulino. Von Harnmen deve infatti curare la monografia del carillon in maniera tale che venga pubblicata per il  centenario della sua prima esposizione al pubblico.
 In quel mulino non vi è solo il professor Wahl, insieme alla governante Selma e al factotum Conran. In quell'edificio, museo delle angosce rese inanimate attraverso l'arte scultorea, si muove una ragazza in cui l'angoscia è viva e gemente. Lei è Elfi Wahl (Scilla Gabel), la figlia del dottor Wahl.
 Elfi è malata. Malata dello stesso morto che ha ucciso la madre. In lei ogni emozione può esser fatale.  Ma Elfi è l'emozione. Lei è l'essenza dei moti dell'animo che quasi la possiedono, conferendole quella bellezza primordiale delle antiche deità silvestri. Passioni che la posseggono e l'abbandonano, lasciandola immota e silente dopo averle rubato l'ultimo calice d'aria.
 Questa continua necessita di cure e assistenza spiegano la presenza nella casa del Dott. Loren Bohlem (Wolfgang Preiss).




  La tensione spesso si dipana grazie all'inserimento di scene spensierate e goliardiche, tipiche della vita degli studenti universitari. Questa luce però non fa che rinvigorire l'oscurità di quel luogo, quasi gelosa del terreno ceduto.





 Ogni statua di quel meccanismo è una tortura psichica. Ogni statua si inserisce in una processione in cui il calvario viene proiettato sullo spettatore.
 La scenografia origina una struttura metafisica su cui vagano i personaggi dell'opera, divenendo essi stessi elementi di arte surrealista, attiva non solo grazie alla loro corporeità. I loro teatri inconsci andranno infatti a fondersi con quel paesaggio meccanico e scultoreo.
Ogni stanza, ogni porta, rappresenta un abisso che squarcia il velo della realtà, inondando la capacità umana di comprendere l'ignoto. Un sipario strappato sull'impossibile.
 Le scene sono scolpite, dipinte, come lastre cerebrali che lottano per riemergere, straziando la mente di von Harnmen le cui urla non fanno che distorcer ancor più quei veli di consapevolezza.